Come se tu mi avessi teso una mano, facendomi superare il confine oltre il quale si trova la luce.

da ‘Che tu sia per me il coltello’ di David Grossman

Che tu sia per me il coltello

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Sono una donna

Sono una donna

 

Nessuno può immaginare

quel che dico quando me ne sto in silenzio

chi vedo quando chiudo gli occhi

come vengo sospinta quando vengo sospinta

cosa cerco quando lascio libere le mie mani.

 

Nessuno, nessuno sa

quando ho fame, quando parto

quando cammino e quando mi perdo,

e nessuno sa

che per me andare è ritornare

e ritornare è indietreggiare,

che la mia debolezza è una maschera

e la mia forza è una maschera,

e che quel che seguirà è una tempesta.

Credono di sapere

e io glielo lascio credere

e avvengo.

 

Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà

fosse una loro concessione

e ringraziassi e obbedissi.

Ma io sono libera prima e dopo di loro,

con loro e senza di loro

sono libera nella vittoria e nella sconfitta.

 

La mia prigione è la mia volontà!

La chiave della prigione è la loro lingua

ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio

e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.

 

Sono una donna.

Credono che la mia libertà sia loro proprietà

e io glielo lascio credere

e avvengo.

 

di Joumana Haddad (Beirut, 6 dicembre 1970) poetessa, giornalista e traduttrice libanese.

 

Donne che corrono coi lupi

Siamo pervase dalla nostalgia per l’antica natura selvaggia. Pochi sono gli antidoti autorizzati a questo struggimento. Ci hanno insegnato a vergognarci di un simile desiderio. Ci siamo lasciate crescere i capelli e li abbiamo usati per nascondere i sentimenti. Ma l’ombra della donna selvaggia ancora si appiatta dietro di noi, nei nostri giorni, nelle nostre notti. Ovunque e sempre, l’ombra che ci trotterella dietro va indubbiamente a quattro zampe.

CLARISSA PINKOLA ESTÉS

Cheyenne, Wyoming

(Prefazione – Donne che corrono coi lupi)

Vorrei essere più coraggioso, per te.

Cosa augurarti? A dire il vero, dovrei augurarti te stessa, perché tu sei il regalo più prezioso, più raro a cui possa pensare. Vorrei essere più coraggioso, per te.

dal libro “Che tu sia per me il coltello” di David Grossman

 

La donna più attraente è quella che non riusciamo mai a trovare in un caffè affollato, quando la cerchiamo, è quella a cui si deve dare la caccia, e scovare sotto i travestimenti delle sue storie.

da Elena

Anaïs Nin (1903 – 1977), scrittrice statunitense.

La donna più attraente…

I, with a deeper instinct, choose a man who compels my strength, who makes enormous demands on me, who does not doubt my courage or my toughness, who does not believe me naïve or innocent, who has the courage to treat me like a woman.

Anais Nin

I, with a deeper instinct, choose a man…

Il ‘Sincerese’ ( estratto da Cuori allo Specchio)

Sarebbe più semplice se chi ama imparasse a togliere il sonoro alle parole dell’altro, concentrandosi unicamente sui suoi comportamenti. A ben vedere è quel che accade quando ci si mette insieme. Raramente il primo bacio è preceduto da una discussione filosofica. Ci si desidera, ci si avvicina, ci si tocca: le parole sono una melodia di accompagnamento, non il succo. Ma quando le cose girano storte, invece di fare l’amore, la gente comincia a parlarne. E parliamone anche noi, allora, ma solo per mandare a memoria il prontuario delle frasi di cui diffidare. Fra parentesi ho messo la loro traduzione in «sincerese», la lingua meno parlata dell’umanità.

«Ti amo, ma in questo momento non me la sento di stare con nessuno» («Non ti amo e me la sentirei benissimo di stare con qualcuno, purché sia qualcun altro: uno/una che mi faccia penare e non mi dia il suo amore gratis come fai tu»).

«Sono ancora bloccato (bloccata) dal ricordo di una precedente storia» («Non mi piaci abbastanza per farmi dimenticare una scottatura che ho preso in passato».

«Ho paura di legarmi troppo a te» («Non ho nessuna voglia di legarmi a te»).

«Ho paura di farti soffrire» («Ho paura che tu mi asfissi con il tuo amore: posso fare a meno di te, anche se ogni tanto avrò bisogno di telefonarti [facendoti soffrire] per avere una conferma del mio fascino. Almeno finché non trovo qualcuno/a di cui innamorarmi davvero»).

«Non ti merito» («Non ti amo abbastanza per reggere una storia impegnativa come quella che tu vuoi avere con me»).

«Siamo troppo uguali» («Con te mi annoio»).

«Siamo troppo diversi» («Non solo mi annoio, ma mi innervosisco pure»).

Fine dell’elenco. Intendiamoci. Sganciarsi da una persona innamorata è una delle situazioni più imbarazzanti che esistano. Gli esseri umani considerano il congedo un anticipo della morte e cercano in ogni modo di annacquarlo. Persino quando ci si saluta alla fine di una telefonata, viene spontaneo farsi una promessa  («ci vediamo presto») per risolvere in qualche modo il problema del distacco. Figurarsi quali meccanismi ancestrali si scatenano dentro di noi quando si tratta di chiudere una storia d’amore o di rifiutarsi di aprirla.

Però, alla lunga, una rottura onesta e feroce provoca meno danni di certi addii morbidamente rallentati, in cui per paura di ferire l’altro si rischia soltanto di illuderlo. Chi ama è portato ad aggrapparsi a qualunque ciambella gli venga lanciata. E le frasi compassionevoli e un po’ vigliacche sopra riportate mettono in moto nella testa dell’innamorato una quantità infinita di elucubrazioni, creando aspettative utopistiche che finiscono per rallentargli la vita e farla ristagnare.

Meglio un «no» secco a queste formule di cortesia. Certo, un «no» pieno di rispetto, pronunciato con un minimo di tenerezza (non troppa, altrimenti il messaggio torna a essere equivoco). Ma un «no» chiaro ed esplicito che tagli i ponti alle spalle e soprattutto liberi chi lo pronuncia dalla necessità di una discussione.

In una coppia i sentimenti non si commentano né si analizzano al microscopio. O ci sono o non ci sono. Oppure c’erano e non ci sono più. Ma non è certo parlandone che torneranno in vita

da M. Gramellini – Cuori allo Specchio